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La forma dell’acqua

Sabato 28 aprile 21.15forma
Domenica 29 aprile 16.30-21.15

di Guillermo del Toro
con Sally Hawkins, Michael Shannon

Fantasy, Avventura, Sentimentale, Drammatico (119 min.)

di Guillermo del Toro

con Sally Hawkins, Michael Shannon, Richard Jenkins, Octavia Spencer, Michael Stuhlbarg,

– The Shape of Water è una favola ambientata in America nel 1962, durante il periodo della Guerra Fredda, in un segreto laboratorio governativo ad alta sicurezza muove i passi Elisa (Sally Hawkins), giovane donna solitaria intrappolata in una vita di isolamento che cambierà quando lei e la sua collega Zelda (Octavia Spencer) verranno a conoscenza di un esperimento classificato come segreto che mette in trappola una strana creatura. Con l’aiuto di un fidato amico (Richard Jenkins), riusciranno a dare vita ad una storia appassionata di riscatto e redenzione.

I mostri per Guillermo del Toro non sono quasi mai (con la dovuta eccezione di Pacific Rim) una metafora del nostro lato oscuro. Sono al contrario creature meravigliose, miracoli, da ammirare e amare. I “mostri” veri sono ben altri, si aggirano tra noi ed è impossibile riconoscerli finché non si manifestano.

The Shape of Water conferma questo, così come conferma che del Toro è realmente a suo agio quando racconta storie di mostri, fiabe sospese tra terrore e poesia, indipendenti dai grandi budget. Non che il film sia costato poco, lo si evince soprattutto dallo straordinario costume che indossa Doug Jones, attore feticcio del regista che dopo la saga di Hellboy torna nel ruolo di un uomo-pesce. Molto meno loquace o civilizzato di Abe Sapien, ma altrettanto umano.

The Shape of Water si chiede che cosa sarebbe successo se il Mostro della Laguna Nerafosse stato catturato e portato in America, prigioniero. C’è ovviamente tanto King Kong dentro – e come non potrebbe? – ma la forza del film sta nell’accoppiare la fiaba romantica con un elemento più sanguigno e concreto. The Shape of Water contiene sangue, violenza fisica, ma anche un rapporto fisico vero tra i due protagonisti, la muta e quindi “freak” (nell’America anni ’50 fatta di famiglie e case perfette da pubblicità dei fiocchi di mais) Sally Hawkins e il mostro senza nome.

La metafora dei reietti che trovano un senso della vita nell’amore e nella solidarietà va decisamente poco per il sottile. La protagonista Elisa è una donna sola che fa la donna delle pulizie in un centro di studi spaziali. Richard Jenkins, il suo vicino di casa, è un omosessuale costretto a nascondersi e discriminato sul lavoro. E poi c’è la collega di Elisa, una donna afro-americana “tollerata” ma trattata come un’idiota. Insieme, dimostreranno di essere molto più di quello che sono, come da tradizione in questo genere di film.

Però a rendere The Shape of Water un’opera riuscita e affascinante, oltre al prevedibile amore per il cinema di una volta che del Toro distilla ancora una volta con enorme maestria e capacità di far sognare il suo pubblico, è il modo in cui il regista ribalta totalmente la classica immagine dell’America del dopoguerra. Il padre di famiglia bianco, alla guida di una Cadillac, elegante e sicuro di sé (Michael Shannon) diventa il cattivo, un uomo gretto, sessista e razzista. La famiglia americana perfetta è una menzogna. La famiglia vera, un concetto questo estremamente moderno, è quella formata da persone che si vogliono bene perché si capiscono, non perché sono costrette a farlo dalla società. E tutti i reietti, i gay, le donne, i neri, persino i mostri letterali, sottovalutati e discriminati, sono il vero futuro.

Nel finale scende qualche lacrima: ci siamo davvero affezionati a questo gruppo di improbabili eroi. E per loro e la gioia che del Toro infonde in ogni singolo fotogramma siamo disposti a passare sopra ai piccoli difetti di scrittura, a sviluppi troppo convenienti o frettolosi e a certi personaggi tagliati con l’accetta o anche troppo facili nel sollecitare l’amore del pubblico. The Shape of Water è uno dei migliori film di Guillermo del Toro e, finora, la visione più soddisfacente di questa Venezia.

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