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Gli invisibili

Giovedì 27 ottobre 2016 ore 21,15 gli-invisibili-trailer-ital
Sabato 29 ottobre 2016 ore 16,30

Drammatico (120 min)
di Oren Moverman
con Richard Gere, Jena Malone

George è un senzatetto, ma non lo ammette nemmeno con se stesso. La sua esistenza è un’odissea che si consuma nella ricerca di qualcosa da bere e mangiare e di un letto per dormire, in una New York che è il luogo più idoneo a generare e perpetuare l’esistenza di chi si appoggia ad un sistema sociale che assiste ma non aiuta, perché ragiona solo in termini di numeri, scartoffie e gradi di temperatura (sotto una certa soglia, a Manhattan, non si ha diritto a soggiornare in un pronto soccorso, se non si ha di dove andare).
Gli invisibili segue George nella sua perpetua peregrinazione, documentando i suoi incontri con altri disperati come lui, con assistenti sociali ben intenzionati che usano l’ironia e la rassegnazione come lame di coltello, con giovinastri che lanciano oggetti ai barboni e vegani gentili pronti ad offrire un piatto di riso. E con Maggie, la figlia che George ha abbandonato a 12 anni, lasciandola nelle mani della nonna materna mentre lui precipitava giù per la tana del coniglio. La sua favola nera, da quel momento in poi, è quella di Alice nel paese degli orrori, personificazione dell’incubo più condivisibile dei nostri tempi: la perdita di un lavoro, di una casa, e dunque di un’identità.
Che è soprattutto un’identità maschile. La storia di George è infatti inquadrata anche come la messa in crisi di un genere che, soprattutto negli Stati Uniti, ha creduto nel mito del self made man: non a caso l’uomo ripete ossessivamente di essere stato “salvato” da donne gentili, non a caso il suo precipitare è cominciato con la perdita della moglie, non a caso è attraverso la figlia che cerca di ritrovare la strada.
Con Gli invisibili, che è anche il titolo del 30esimo album di Bob Dylan, Oren Moverman conclude la trilogia dedicata alla critica sociale dell’America post 11 settembre cominciata con Oltre le regole -The Messenger e proseguita con Rampart, creando una parabola contemporanea che non abbassa mai lo sguardo e non si concede soluzioni facili. George è un “uomo ri”: rifiutato, rilocato, rimpiazzato. La sua vita è un prefisso che nega la sua unicità e sottolinea il suo essere sostituibile, spostabile, facilmente dimenticabile. Il rischio apparentemente incosciente del film – assegnare a Richard Gere, anche produttore, il ruolo del protagonista – è in realtà un saggio investimento in metacinema, prima di tutto perché se un divo come Gere può precipitare in quella voragine di degrado e disistima, significa (simbolicamente parlando) che può capitare ad ognuno di noi. Gere si fa schermo bianco per le nostre paure, scegliendo (volontariamente) una recitazione completamente passiva, una fissità dello sguardo solo occasionalmente reattiva, mai attiva. Nella sua (caratteristica) apatia c’è lo smarrimento esistenziale di un personaggio persino irritante nel suo ostinarsi a vivere nel presente senza iniziare quella risalita a lui accessibile, in quanto bianco, istruito, e di gradevole aspetto.
Di più: Gere presta alla storia, senza alcuna vanità, la sua vecchiaia, i suoi capelli bianchi e il suo inedito fisico rilassato che contrasta con il ricordo indelebile, nell’immaginario collettivo, del suo American gigolò intento a fare flessioni a mezz’aria. Ecco come sono finiti gli anni Ottanta, dice Moverman, il reaganismo edonista e la certezza del benessere: oggi Julian Cole non ha l’armadio pieno di camicie di Armani, ma come in American Gigolò cerca la salvezza attraverso una donna che abbia pietà della sua anima e prenda per mano il suo disorientamento. Un disorientamento che Moverman descrive per immagini spesso inquadrate attraverso quel vetro che divide un qui da un là, ricordandoci costantemente che potremmo essere noi, a trovarci dalla parte “sbagliata”. Il mondo che racconta è fatto di superfici riflettenti, in una infinita rifrazione di percorsi umani destinati a perdersi in un altrove incerto.
Allo straniamento dello spettatore contribuisce il sound: nessuna colonna sonora, solo rumori d’ambiente che isolano, distraggono, confondono. Con lentezza talvolta esasperante scivoliamo in quel nulla chiassoso insieme a George, ci risvegliamo in ambienti che non ci appartengono e sottolineano la loro estraneità attraverso l’esperienza sensoriale. Gli invisibili racconta un tempo (anche mentale) interminabile che si consuma in un continuo passaggio fra interno ed esterno, e testimonia la crisi di un paese brancolante fra le macerie di una grande illusione collettiva.
(www.mymovies.it)

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